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mercoledì 11 aprile 2012

L'ETICA NEL WEB 2.0



Finalmente un 'occasione perfetta di lavoro per una neo mamma che vuole lavorare: essere la community manager di un sito nazionale che raccoglie petizioni.
In che cosa consiste il lavoro?

Connettersi ad internet, scegliere le petizioni che vanno per la maggiore oppure crearne di nuove in base a quello che accade e promuoverle nel web attraverso i canali giusti.
Si può stare comodamente a casa, senza avere spese aggiuntive di benzina o altro, si lavora poche ore al giorno distribuendo il tempo a seconda delle esigenze ma cercando di essere il più tempestiva possibile nell'inserire nuove petizioni, visto che una notizia, nel web, ha vita breve.

Sembra il lavoro perfetto, no?

giovedì 1 settembre 2011

Se nessuno ci crede le cose non cambieranno mai



Mi rendo conto che la cosa più difficile non è avere un'idea.
Non è nemmeno avere una buona idea.
Un pochino più impegnativo è realizzarla, ma con la buona volontà si fanno miracoli.
E' delicato scegliere altre persone come collaboratori e fargli capire che la tua idea è buona, utile e fattibile.
E' difficile aumentare e mantenere costante il successo dell'idea e ancora di più l'equilibrio dei rapporti con i collaboratori.
E' estremamente difficile cambiare idea dopo un confronto di squadra.
E' arduo che l'idea influenzi le mentalità e cambi la società.
Ma se nessuno ci crede le cose non cambieranno mai.

Laura








giovedì 2 giugno 2011

Coffee break


E' il 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana e quest'anno cade di giovedì per la gioia di tutti i lavoratori che possono fare ponte e staccare la spina per qualche giorno.

Penso anch'io a rilassarmi, a prendermi una breve pausa e mi vengono in mente le pause caffè di quando lavoravo in ufficio.
Mi assale un senso di angoscia.
Ho cambiato molti lavori negli anni, e mi sono ritrovata spesso e volentieri a condividere i coffee break con molte persone diverse.
Non vi nascondo che il più delle volte era per me un momento di disagio perchè durante le pause usciva fuori la vera natura dei colleghi che spesso, ai miei occhi, appariva sconcertante.

Tipo la collega tutta dolce e perfettina che durante la pausa ti racconta per filo e per segno dei rapporti che ha avuto con vari uomini e vedi la sua immagine sdoppiarsi perchè non può essere lei in quel momento a dirti quelle cose; oppure il collega che si fa le canne e che per finire un discorso ci impiega due ore fissandoti con due occhi sballinati e tu per educazione lo ascolti fino alla fine e poi ti vengono i dubbi se sei tu fuori oppure lui; o quello malato di politica che anche in un gesto banale, come gettare la carta nel cestino, vede un significato politico...mah..io rimango davvero basita.

Non vi è mai capitato?

Il senso di disagio era dovuto al fatto di ritrovarmi in mezzo a discorsi che non mi facevano assolutamente ridere, tipo quelli sul sesso e relative battutine o discorsi di cui proprio non m'importava nulla!
Ma che tristezza! Che tristezza infinita!

Quante persone ho incontrato così, ahimè...ringrazio la mia diplomazia innata che mi ha fatto evitare certe situazioni con stile e rispetto per le persone.
Con questo non voglio dire che durante le pause si deve parlare solo di cose impegnative ma esiste un modo per dire qualsiasi cosa!

Adoro parlare degli ultimi acquisti fatti con un'amica, di come ti stanno male i capelli nei giorni di pioggia e scambiarsi consigli sui vari rimedi, sul tacco più alto che riesci a portare e per quanto tempo, di che vestito ti sei comprata per il prossimo matrimonio...ma c'è un modo e un limite che a parer mio definiscono l'eleganza in una donna!
E anche in un uomo.

Se ora non lavoro più in ufficio, una delle mie più grandi gioie e liberazioni è quella di non ritrovarmi più in quelle pause caffè e poter impiegare quel tempo in cose che mi fanno stare bene.

Un consiglio è avere sempre con sè un buon libro, ottimo alleato per vivere in ogni istante una vita piena.
Di senso.

Buon relax dunque e buone pause caffè
piene di senso.

Laura

venerdì 1 ottobre 2010

La necessità è la miglior motivazione



Mi sono sempre ritenuta super fortunata nell'aver avuto la necessità di lavorare durante gli studi.
Non ho mai pensato, "povera me" o "che mi tocca fare".
Ho sempre percepito empaticamente un abisso tra i giovani che come me avevano necessità di lavorare e quelli che sì, lavoravano, ogni tanto, ma anche se non lavoravano faceva lo stesso.
Però a questi non gliel'ho mai detto che sentivo una differenza perchè loro non la percepivano, pensavano che fossimo uguali. Invece no.

La differenza stava nel fatto che i soldi che io guadagnavo mi servivano per pagare l'affitto, le bollette e il cibo. Quelle erano le mie priorità, le mie necessità per vivere.
I soldi che guadagnavano gli altri, servivano per comprarsi un vestito nuovo o l'ultimo cd del loro cantante preferito.

venerdì 17 settembre 2010

Il senso di ciò che si fa conduce alla felicità


In tutte le aziende in cui ho lavorato negli anni, raramente ho provato la sensazione di aver creato o prodotto qualcosa che avesse davvero senso.

Nella maggior parte dei casi si trattava di svolgere il proprio lavoro secondo enigmatiche logiche aziendali, chiare solo all'azienda stessa e oscure ai suoi dipendenti; oppure l'azienda doveva dimostrare qualcosa che di fatto non era quindi tutto ciò che veniva comunicato era pseudo-fasullo; o, peggio ancora, l'azienda doveva rispettare degli accordi politici con conseguenti favoritismi.

L'ultimo caso è quello che ho odiato di più perchè è quello in cui ho visto i più grandi paradossi, le più grandi contraddizioni, dove ho ascoltato le parole più effimere del vento, visto i sorrisi e le strette di mano più false del mondo.
Ho visto bocciare progetti validi per il bene comune della società, in nome di un accordo politico.
Aggiungo che è anche il caso dove ho incontrato le persone più inconcludenti.

Ma è anche la situazione che mi ha dato la spinta e il coraggio di iniziare qualcosa di diverso, facendo il cosidetto salto nel vuoto.
Un salto nel vuoto che però aveva una motivazione, un senso.

Penso che la maggior parte delle persone insoddisfatte del proprio lavoro, sia in realtà insoddisfatta per il non-senso delle proprie mansioni.
A me è capitato spesso di trovarmi a fare delle cose totalmente prive di senso..oppure che sapevo non sarebbero servite a nulla!
Per una persona normo dotata, capace di intendere e di volere è davvero umiliante e deprimente.
Infatti non sono mai durata a lungo in questi posti e se l'ho fatto l'ho fatto solo perchè avevo bisogno di un lavoro per vivere.
Ma c'è il rischio di diventare pazzi o peggio ancora di cadere in depressione. Solo le persone con le idee chiare hanno il coraggio di cambiare o di resistere rimanendo sane di mente.

Alla segretaria va spiegato il senso di quello che fa, così la motivi, la rendi partecipe, valorizzi il suo lavoro che se a volte le risulta noioso, porterà comunque a termine perchè sa che è utile.

Il problema è che troppe persone svolgono delle mansioni insignificanti, inutili e prive di senso! Quanti amici che si lamentano per questo, quanti amici che sono tristi per il lavoro!

Penso che la soddisfazione lavorativa non venga dalla grandezza del progetto di cui ci stiamo occupando ma dalla sua effettiva buona riuscita e soprattutto dai dati concreti di feedback...se questo progetto poi, migliora la società in cui viviamo, è il top.

Mi sono trovata a lavorare per un "importante" progetto in ambito sanitario a livello nazionale. Almeno, questa era l'ambizione che voleva avere. Bene. Ho avuto a che fare con persone incompetenti, con il responsabile commerciale che non rispondeva mai al telefono, con il project manager che non era in grado di dare un ordine alle consegne...cosa da pazzi! Da pazzi! Io mi chiedevo ogni giorno perchè stessi facendo quelle cose, perchè chiamavo tizio o caio per fargli un'intervista se poi l'intervista che doveva preparare il project manager non era pronta, perchè promuovevo questo progetto che tutti sapevano non si sarebbe realizzato per mancanza di mezzi e di soldi!! Perchè?

E' stata una delle esperienze più orrende della mia vita ma allo stesso tempo ho trovato lo stimolo per reagire. Ho cominciato a prendere tutto come un gioco, a non darci peso perchè altrimenti sarei diventata pazza.

Morale della storia: il progetto è saltato e alla prima occasione ho cambiato lavoro.

Nel mio piccolo sto ricevendo le mie soddisfazioni ora; non tanto a livello personale, non m'interessa la gloria, la fama della mia persona ma il livello di utilità sociale di ciò che svolgo, di un modus operandi che abbia una logica universale!

Spero che tutti riusciate a trovare un ambiente di lavoro sensato; non esiste la perfezione ma dare un senso a ciò si fa è fondamentale.

Il senso di ciò che si fa è la chiave di tutto: penso sia anche la chiave della felicità, se lo estendiamo alla vita intera.

Laura

giovedì 2 settembre 2010

L'umiltà come abito quotidiano

Quando sto al telefono con mia cugina Elisa non è mai per un vano motivo; sono sempre telefonate ricche di notizie importanti e soprattutto di sincero interesse verso le rispettive vite.
Paradossalmente quando Elisa si trovava in Africa e in Paraguay per lavoro, ci sentivamo ogni settimana su Skype; ora che è ritornata in Italia e abita a 30 km da casa mia, ci sentiamo una volta al mese circa.
E' piuttosto buffo.

Comunque, oggi mi ha chiamato tutta entusiasta per dirmi che l'avevano assunta con contratto regolare nel ristorante dove lavorava mentre frequentava l'Università.
La notizia mi ha reso davvero felice, perchè sapevo che stava cercando lavoro e aveva bisogno di qualche entrata per pagarsi le rate della specialistica che sta seguendo da quando è tornata in Italia.

Mi chiedo spesso se ho lo sguardo sufficientemente obiettivo per valutare gli eventi che accadono; mi sono fatta un bell'esame di coscienza e nel caso di mia cugina Elisa sono giunta alla conclusione che il mio parere è decisamente neutrale e va al di là di ogni legame affettivo.
Vi racconto in breve la sua storia.

Elisa si laurea all'Università di Padova in "Cooperazione Internazionale allo Sviluppo" e ancor prima di concludere se ne va in Congo per un mese per svolgere un tirocinio che sarebbe stato materia per la sua tesi di laurea.
Qualche giorno dopo la laurea, mentre lavorava in panificio, riceve una chiamata da un'ONG dove aveva mandato il CV, per dirigere un progetto di due anni a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo.
Elisa, a 24 anni parte per dirigere da sola un progetto di migliaia di euro finanziato dall'ONU nella capitale del Congo.
Accade, che una responsabile della Cooperazione Internazionale del Parlamento di Bruxelles va a visionare lo stato del progetto diretto da Elisa e, rimasta sorpresa dei risultati ottenuti, la invita a Bruxelles per presentare alla Commissione Europea l'avanzamento dei lavori e i suoi sviluppi.
Dopo aver discusso in lingua francese il progetto davanti alla Commissione Europea, Elisa se ne torna in Africa per concludere quello che aveva iniziato.

Dopo un mese dal suo rientro in Italia riceve un'altra proposta per dirigere un progetto di un anno in Paraguay.
Elisa, a 26 anni parte per dirigere da sola un altro progetto di migliaia di euro finanziato dall'ONU nella capitale del Paraguay, Asuncion.
Anche qui le cose procedono bene e il suo lavoro è apprezzato dall'ONG che le aveva assegnato l'incarico.
Al termine del progetto Elisa rientra in Italia e decide di fermarsi per trovare lavoro nel suo Paese e per continuare gli studi perchè sentiva che le mancava ancora qualcosa per perfezionarsi.
Così si iscrive all'Università di Venezia per conseguire la specialistica nel suo campo e nel frattempo continua a cercare lavoro.

Con la crisi in atto non si intravedono chissà che opportunità, così si da da fare per cercare qualsiasi lavoro che le dia una fonte di reddito per non pesare totalmente sulla sua famiglia.
I primi mesi dal suo rientro sono piuttosto duri; riprendere il vecchio ritmo, la convivenza con i genitori che quando si diventa indipendenti è davvero ardua ristabilire, gli amici di sempre che ormai lavorano tutti e qualcuno ha pure avuto dei figli...non è così semplice ricominciare dopo aver vissuto esperienze così forti e così lontane.

L'Università va a gonfie vele, la motivazione è tanta perchè è stata una scelta davvero libera e consapevole ma il lavoro tarda ad arrivare.

Così, ricevo la telefonata di prima con la sua voce entusiasta e squillante.
Sono davvero felice per lei...anche perchè mi ha anticipato di una domanda per un tirocinio importante che ha spedito, di cui non posso parlare ora...

Le speranze sono tante, ma soprattutto mi sono resa conto che l'umiltà nella vita rende grande una persona.
Non dare nulla per scontato, mantenere la propria dignità anche in divisa da cameriera o da lavapiatti, specie dopo un CV come il suo.
Perchè Elisa fa anche la lavapiatti al ristorante.

Siamo cresciute insieme durante tutta la nostra infanzia, come sorelle.
Conosco l'ambiente e la famiglia dove Elisa è cresciuta e penso che, oltre all'educazione che ha ricevuto, di vitale importanza, l'ambiente della campagna in cui ci siamo trovate a giocare ci abbia insegnato molte cose.

Il senso della fatica e dell'umiltà è racchiuso ed espresso nel lavoro sui campi.
Fin da piccole abbiamo visto suo nonno coltivare i campi e noi, per gioco, raccoglievamo pesche, albicocche, ciliegie e uva...golose come eravamo di frutta, il fatto di mangiarne in gran quantità ci rendeva felici.
Ma tutto questo aveva un grande senso educativo, che da piccole non capivamo.

Anche una persona che è nata e cresciuta in città può essere umile, non ho mai detto il contrario e potrei riportare un sacco di esempi di persone umili cresciute in città; dico solo che la campagna, il lavoro sui campi ti fa fare esperienza dell'umiltà fin da piccolo perchè l'umiltà vive nella terra e in seguito tutto si trasforma in un vero e proprio valore che diventa un abito quotidiano.

Credo che non serva aggiungere altro; ho sempre pensato che le persone e le loro scelte parlino da sè.

Laura

giovedì 29 luglio 2010

L'importanza del "fare le cose a mano"


Mi sto rendendo conto che oggi più che mai si sta perdendo l'aspetto della manualità nella vita di tutti i giorni. Con mio grande rammarico.

La maggior parte di noi usa il computer come strumento di lavoro, il cellulare e altri strumenti tecnologici sicuramente utilissimi.
Sono rimaste poche le professioni dove l'aspetto della manualità, del "fare le cose a mano" viene esercitato, esclusi gli artigiani e gli operai ovviamente.
Mi ricordo anni fa di aver venduto un quadro ad un impiegato e quando gliel'ho portato ho dovuto appenderlo io al muro del suo salotto perchè non era nemmeno in grado di calcolare la metà della parete in modo che il quadro risultasse centrato.
Forse questo è un caso estremo ma sono rimasta sconvolta dall'incapacità pratica di quell'uomo. Sarà che ho fatto l'Istituto d'Arte e poi l'Accademia di Belle Arti ma non mi sembra che per appendere un quadro sia necessaria una specializzazione di studi!

Penso che conservare l'aspetto del "fare a mano" significhi anche conservare quel rapporto concreto con la realtà. Gli odori di certi materiali, la loro consistenza, la fatica fisica che certe attività richiedono, lo sporcarsi le mani e magari farsi qualche piccolo taglietto, il creare qualcosa dalla nostra fantasia...è un tesoro immenso che non possiamo permetterci di perdere.

Gli sviluppi del lavoro moderno ci stanno portando in tutt'altra direzione; non penso sia sbagliato, anzi, ma proprio per questa ragione credo che dobbiamo dare ancora più importanza alla manualità, magari dedicando del nostro tempo libero ad attività di questo tipo.

Coltivare l'orto per esempio, fare giardinaggio, lavoretti con la carta, dipingere, cucire, lavorare il legno etc...ognuno secondo la propria attitudine e possibilità.
Il regalo più bello che ho ricevuto da mio marito è stato un leggio di legno fatto a mano da lui; è stata la prima volta che ci siamo scambiati dei regali fatti con le nostre mani ed è stata la volta più autentica.

Tutto ciò ci fa scoprire parti nascoste di noi, cose che non pensavamo di riuscire a fare! Cosa me ne faccio di un diploma all'Istituto d'Arte e una Laurea in Pittura all'Accademia di Belle Arti?
In questo senso, penso di avere un patrimonio.

Laura

mercoledì 23 giugno 2010

La precarietà influenza il mio desiderio di felicità?



E' uscito il nuovo libro di Dario Danti, ex segretario di Rifondazione Comunista di Pisa e oggi coordinatore provinciale di "Sinistra ecologia e libertà" ed insegnante (precario) di Storia e Filosofia. Il libro s'intitola "Amici miei" e racconta delle storie di trentenni che superano ogni ostacolo per la loro realizzazione professionale.

In tutta onestà sono rimasta davvero stupita che una persona impegnata politicamente a sinistra lanci un messaggio positivo e di speranza riguardo le condizioni di lavoro precarie dei trentenni italiani di oggi. Per questo motivo ho ritenuto opportuno segnalarlo nel mio blog.

Se penso alla mia vita lavorativa, dai 16 ai 29 anni attuali, la precarietà rappresenta la mia normalità.
Non ho mai vissuto una situazione lavorativa a tempo indeterminato; un pò per scelta, un pò per mancanza di offerta, un pò per i cambiamenti socio-culturali avvenuti in questi ultimi anni.

In sè la precarietà rappresenta qualcosa di negativo, di instabile, di insicuro, lo dice la parola stessa; non si può richiedere un mutuo in banca, non sai come fare per mangiare e per pagare l'affitto del mese, il bollo e la rata dell'auto...per chi l'auto ce l'ha.

Non amo le visioni a senso unico perciò voglio cambiare punto di vista.
Soprattutto non amo piangermi addosso perchè mi ritengo super fortunata.
Voglio raccontarvi la precarietà sotto altri aspetti così come l'ho sempre vissuta.

La precarietà mi ha insegnato a rialzarmi dopo tutte le cadute (intendo tutte le volte che un contratto terminava senza che mi venisse rinnovato, dopo tutte le fregature di presunti annunci di lavoro, viaggi inutili, tempo sprecato; dopo tutte le false promesse dei vari capi che ho avuto, dopo tutte le volte che il mio lavoro è stato sottopagato, dopo che ho subito del mobbing...); mi ha fatto scoprire i miei limiti, quanta forza può avere l'istinto di sopravvivenza, la potenza sorprendente della creatività e della fantasia quando l'acqua ti arriva alla gola; mi ha dato la possibilità di svolgere un secondo lavoro per brevi periodi e quindi di avere una paga doppia per qualche mese; non potendo permettermi un'auto mi ha costretto a recarmi al lavoro in bici anche d'Inverno rendendo le mie gambe toniche senza spendere un centesimo in palestra; mi ha dato la possibilità di viaggiare quando e quanto volevo al termine di ogni contratto a progetto; mi ha dato la possibilità di lavorare all'estero, di fare tutto il Cammino di Santiago a piedi, di andare in Africa un mese per una missione di volontariato; di vivere un anno a Roma; di sposarmi e di fare un viaggio di nozze di un mese in Perù; mi ha fatto conoscere così tante persone dalle diverse professioni che ora ho un portfolio personale che potrei rivendere tranquillamente; mi ha fatto maturare diverse capacità tecniche che ora saprei gestirmi in molteplici situazioni di lavoro; ha aumentato il mio senso di responsabilità; mi ha sempre stimolato a dare il meglio, a vivere ogni giorno come una conquista e a non dare mai nulla per scontato.

Ammetto che senza l'aiuto di mio marito e delle nostre famiglie, probabilmente avremmo fatto un matrimonio meno costoso e magari avremmo rinunciato al viaggio di nozze o saremmo partiti per un'altra missione nel terzo mondo, prestando lavoro in cambio di vitto e alloggio. Ma comunque ci saremmo sposati.
Una cosa importante che ho scoperto con la missione in Africa è che se uno vuole può girare il mondo con pochi euro in tasca e tanta voglia di lavorare facendo del bene per gli altri. I missionari hanno bisogno di aiuto e un posto letto in più c'è sempre.
Basta adattarsi.

Mi chiedo: la precarietà influenza il mio desiderio di felicità?
Se pensassi di sì, credo che sarei sulla strada sbagliata.
Quali sono le fondamenta dove poggia la mia felicità?
Un contratto a tempo indeterminato?

Conosco persone che hanno un ottimo lavoro fisso con dei buoni orari e un buono stipendio. Ma non sono felici. Dal mio punto di vista hanno tutto: una macchina, una casa acquistata col mutuo, l'abbonamento in palestra, dei bei vestiti, ristorante ogni week end e tutte le pause pranzo, ferie pagate ogni anno...cose che io non ho mai avuto! E riescono a lamentarsi di quello che non hanno..dai loro discorsi capisco che non c'è un filo d'oro che collega le scelte della loro vita oppure c'è un'insoddisfazione generale per l'ambiente di lavoro in cui si trovano... e allora mi chiedo: cosa veramente influenza il mio desiderio di felicità?

Quello che voglio dire è che nonostante la mia "condizione precaria naturale" ho sempre trovato migliaia di stimoli in tutto quello che facevo in nome di un progetto di vita che mi ha dato una visione d'insieme e una consapevolezza di ciò che voglio essere.
Ritengo che il proprio posto nel mondo ognuno se lo debba costruire con sacrificio, mettendo l'anima in tutto ciò che fa.

Sarei superficiale se affermassi che la precarietà, così come si presenta in Italia, fosse un aspetto assolutamente positivo del lavoro.
La precarietà in Italia sarebbe assolutamente positiva se venisse assicurata un'entrata mensile e una tutela per il lavoratore, specie per le donne in gravidanza! Sarebbe un'immensa opportunità di sviluppo sociale, culturale ed economico!
Non so dare una risposta sul "come" ma dal profondo del mio cuore vorrei che i politici impegnati in questo momento storico si occupassero seriamente di questa situazione.

Ho imparato che bisogna lasciare sempre uno spiraglio alla speranza ma non aspettando con le mani in mano.
Ogni persona ha il dovere morale di costruirsi il proprio futuro in base alle sue possibilità e di lottare per i propri diritti.

Spero, che tra i giovani leader che stanno crescendo in ogni parte del mondo, si formi una mentalità e una coscienza che diffonda una sana cultura del lavoro, ricca di valori positivi, voglia di fare, creatività, determinazione e rispetto per la persona.

Ripongo tanta speranza nella mia generazione e ancora di più in quelle che verranno.

Laura

lunedì 24 maggio 2010

Un palloncino rosa ricco di entusiasmo



Penso che partire dalle piccole cose, all'inizio di un nuovo progetto di qualsivoglia dimensione, sia il metodo più saggio in assoluto.
Voglio condividere con voi l'esempio dei palloncini rosa che abbiamo dispensato a tutti i commercianti di Mestre in occasione della 15° tappa del Giro d'Italia.
Uno strumento davvero semplice, per non dire banale, il palloncino, che ci ha permesso di coinvolgere tutti, grandi e piccini, allo stesso modo.
In realtà il segreto sta proprio qui: nel motivare tutti alla partecipazione nel nome di un bene comune.
La consegna dei palloncini non è stata semplice perchè non abbiamo potuto agire in modo "meccanico"; ogni commerciante, con il suo carattere ha il suo personale modo di vedere la città e va motivato in modo diverso.
Il comun denominatore quando si tratta di coinvolgere un'intera città è l'entusiasmo.
Quello non deve mancare mai negli occhi di chi comunica, di chi cura le relazioni.
Quindi, sì strumenti semplici ed efficaci ma accompagnati sempre da occhi brillanti di entusiasmo.
Questa è una formula che funziona.

Laura

venerdì 30 aprile 2010

Una walker in centro città




In questo mese ho dedicato il mio tempo lavorativo al monitoraggio dell'intero centro della città di Mestre; vale a dire che ho dovuto assegnare ad ogni attività commerciale il proprio numero civico con il fine di aggiornare il data base per capire quanti negozi sono sfitti, quanti stanno aprendo e le varie categorie merceologiche.
Devo dire che è stata un'esperienza meravigliosa; sarà che è scoppiata la Primavera e il sole ha fatto la sua parte rendendo tutto più bello.
Sarà che ho fatto amicizia con un sacco di negozianti e ascoltandoli sono riuscita ad entrare nel vivo dei problemi di questa città.
Pochi parcheggi, il tram che divide l'opinione pubblica, la qualità che scarseggia, i grandi centri commerciali della periferia che richiamano le masse...
Ad ogni modo sentirmi una walker, una camminatrice in centro città, mi ha fatto amare Mestre con tutte le sue contraddizioni.
Ho scoperto degli angoli bellissimi dove prima non mi ero mai addentrata; ho capito che ogni quartiere ha la sua vita, la sua gente, il suo panificio, il suo bar di riferimento.
Ora conosco il nome e la posizione di tutte le vie del centro e sono in grado di dare informazioni dettagliate a chiunque.
Mi sono riposata nei giardini all'ombra e nelle panchine di Piazza Ferretto e ho osservato tante persone. E' bello vedere come le coppie si trovano durante la pausa pranzo, chi va a ritirare degli esami al poliambulatorio, chi fa shopping, chi si mangia la pizza al taglio, chi si da appuntamento vicino alla scultura di Viani, chi guarda la programmazione del cinema per andarci la sera stessa.
E' bello osservare, incontrare e creare relazioni con le persone e sentirsi parte di una società, di una comunità.
Essere una walker mi ha fatto sentire mio ogni angolo di Mestre.
A misura d'uomo.
La mia dimensione naturale.

Laura

giovedì 25 marzo 2010

Ora tocca a noi!





Stamattina ho aggiornato il mio status su FB e ho scritto:
" Niente e nessuno mi toglierà la convinzione che una donna può essere madre e lavoratrice allo stesso tempo...e spenderò tutta la mia vita per dimostrarlo al mondo".

In tutta sincerità non mi aspettavo che riscuotesse un tale successo!
E' stato condiviso da donne e uomini e la cosa mi ha fatto riflettere.
Le persone che sono intervenute hanno un'età compresa tra i 27 e i 38 anni, svolgono delle professioni molto diverse e vivono in varie parti d'Italia.

Il fatto che questa visione del lavoro al femminile sia così largamente condivisa è una realtà che rappresenta la percezione di un bene comune.
Penso che la tecnologia sia il mezzo più flessibile e adatto per promuovere questa nuova cultura al femminile e in nome di questo bene comune, dico alla mia generazione: "Ora tocca a noi!".

Laura